Sei nuovi interporti per l’Italia: ma servono davvero?

Fonte Uomini e Trasporti 22.06.2026 Per una volta, la politica sembra aver deciso di occuparsi di logistica prima che la logistica si occupi di lei. Con la Legge 177/2025 viene riscritta la disciplina degli interporti, abrogando la normativa del 1990 e definendo l’interporto come complesso di infrastrutture e servizi integrati, con scalo ferroviario idoneo e collegamenti a porti, aeroporti e viabilità principale. Il nuovo quadro introduce un tetto massimo di trenta interporti a livello nazionale e consente l’ingresso di sei nuovi hub, che dovranno essere selezionati in base alla loro rilevanza per i flussi logistici e per la rete TEN‑T. L’Italia, in sintesi, dichiara di volere più intermodalità: spostare quote crescenti di merci dalla strada alla ferrovia, rafforzare il collegamento tra porti, terminal ferroviari e aree produttive, allinearsi agli standard europei. Tutto condivisibile. Ma la storia degli interporti italiani suggerisce una domanda preliminare: siamo sicuri che il problema sia il numero, e non l’uso che facciamo di quelli che abbiamo? L’interporto come funzione, non come indirizzo Un interporto non è una cattedrale o un ufficio di rappresentanza. Non è nemmeno un semplice insediamento logistico. Nella definizione della stessa legge, è un nodo pensato per far incontrare modalità diverse di trasporto e aumentare l’efficienza dei flussi: il punto in cui il camion incontra il treno, il porto incontra la ferrovia, le merci cambiano vettore senza perdere tempo e margine. Se questo scambio non avviene, l’interporto si riduce a un grande piazzale con capannoni ordinati attorno. Urbanisticamente può anche funzionare. Logisticamente, molto meno. È qui che la nuova legge merita di essere letta oltre il titolo. La riforma arriva in un momento in cui la logistica italiana vive una contraddizione evidente: da una parte tutti parlano di intermodalità; dall’altra, il trasporto terrestre di merci movimentato 1.2 milioni di tonnellate, che per il 93% circa imboccano una strada e sempre meno una ferrovia. Da una parte si progettano nuovi hub; dall’altra la rete ferroviaria merci continua a scontare limiti infrastrutturali, colli di bottiglia e capacità non sempre allineate alle ambizioni e agli obiettivi europei di riequilibrio modale. Senza considerare anche i tanti cantieri, che però dovrebbero essere una contingenza che oggi frena e domani accelera. In altre parole: stiamo discutendo dei nodi mentre la rete continua a mostrare diverse fragilità. Geografia dei flussi o geografia del consenso? Questo non significa che nuovi interporti siano inutili per definizione. Significa che la loro utilità dipenderà molto meno dal numero e moltissimo da dove verranno collocati e da quali flussi potranno intercettare. La geografia della logistica non segue i confini amministrativi, segue i flussi. Le merci non premiano l’equilibrio territoriale: vanno dove conviene. La storia recente delle infrastrutture italiane lo ricorda con discreta chiarezza. Non sempre gli investimenti sono stati collocati dove i traffici esistevano già o avevano realistiche possibilità di svilupparsi; spesso sono stati piazzati dove era politicamente (o, meglio, elettoralmente) più conveniente promettere sviluppo e centralità. Il risultato lo vedono ogni giorno gli operatori: accanto a interporti che si sono agganciati alle principali direttrici europee e ai corridoi TEN‑T, ci sono strutture che faticano a raggiungere volumi di traffico coerenti con le aspettative iniziali. Per questo la partita decisiva non è tanto l’approvazione della riforma, quanto la selezione dei sei nuovi ingressi nella rete nazionale. Chi entrerà? In base a quali criteri? Prevarrà la logica dei corridoi logistici e dei nodi core e core‑extended della rete TEN‑T, o quella del riequilibrio cartografico? Si valuterà la capacità di generare traffico ferroviario o la capacità di generare consenso politico? È una differenza molto meno teorica di quanto sembri. Perché un interporto costruito nel posto sbagliato rischia di produrre l’effetto paradossale di aumentare il traffico stradale anziché ridurlo. Le merci arrivano comunque in camion, vengono movimentate in camion e ripartono in camion: sul binario resta soprattutto la retorica congressuale. L’intermodalità, in questo scenario, resta nei convegni. Il monito dei camion vuoti È in questo contesto che la riflessione di Zeno D’Agostino non è un inciso, ma un monito. L’ex presidente dell’Autorità portuale di Trieste ha ricordato sul Nordest come la vera sfida non sia costruire sempre nuove infrastrutture, ma rendere più efficienti quelle esistenti, a partire dall’uso della capacità di trasporto. Sulle autostrade del Nordest – osserva – una quota consistente, in alcuni tratti oltre la metà dei camion, viaggia vuota o semivuota, con costi economici e ambientali elevatissimi. In gergo, significa che stiamo sprecando capacità di carico, bruciando chilometri, margini e CO₂ per trasportare soprattutto aria condizionata: l’esatto contrario di ciò che si chiede a un sistema logistico moderno. Il paradosso è che questo avviene mentre il trasporto italiano continua a poggiare quasi interamente sulla gomma, con una quota ferroviaria interna che resta marginale nonostante anni di piani e incentivi. Tradotto: prima di aggiungere nuovi nodi alla mappa, converrebbe far funzionare davvero quelli che ci sono, saturare i flussi esistenti, coordinare gomma e ferro, usare i dati per programmare instradamenti e slot ferroviari, anziché confidare che un nuovo interporto risolva per magia problemi di rete e di governance. Se il sistema continua a produrre viaggi a vuoto e a concentrare oltre il 90% del traffico terrestre su strada, l’interporto non è una soluzione, ma un moltiplicatore di inefficienza con ottima grafica di progetto. Davanti a un binario vuoto e a un camion mezzo scarico, le merci hanno la pessima abitudine di scegliere il secondo. Sei nuovi interporti, ma dove? A questo punto la domanda iniziale cambia forma. Forse non si tratta di stabilire se sei nuovi interporti siano troppi o troppo pochi. Forse si tratta di capire se nasceranno nei punti in cui l’intermodalità può davvero funzionare: lungo i corridoi della rete centrale e della rete centrale estesa TEN‑T, in connessione con i grandi porti e sugli assi dove il combinato mostra già oggi la dinamica più interessante. Perché la logistica, a differenza della politica, è difficilmente impressionabile. Le merci non partecipano alle inaugurazioni, non leggono i comunicati stampa e, soprattutto, non votano. Ma hanno una caratteristica che le rende giudici severissime delle scelte pubbliche:…

Stellantis, il ceo Filosa annuncia: “Un miliardo per lo stabilimento per Atessa”

Fonte ilCentro 17.06.2026 ATESSA. L’amministratore delegato di Stellantis Antonio Filosa assicura che il gruppo “ha una visione chiara per l’Italia” e continuerà a investire in modo sempre più forte nel Paese, ma chiede alla politica “risposte straordinarie e urgenti” sull’energia e sul costo del lavoro. Il manager assicura: “Cassino e Maserati non sono in vendita”. L’audizione nella Sala del Mappamondo di Montecitorio – apprezzata dai parlamentari a differenza di quella del suo predecessore Carlos Tavares – riserva alcune novità: l’investimento di un miliardo di euro ad Atessa nei prossimi cinque anni, una terza e-car a Pomigliano, più versioni della nuova 500 che arriverà a Mirafiori nel 2030. Qualche ora prima l’annuncio dell’accordo con Wayve e Uber per esplorare, sviluppare e distribuire a livello globale una flotta di robotaxi a guida autonoma di livello 4. A Piazza Affari il titolo chiude la giornata con una flessione del 3,25% sulla scia dei forti cali di Bmw (-8,34% a Francoforte) e di Volkswagen (-3,48%). Filosa, che apre il suo lungo intervento davanti alle commissioni riunite Attività produttive e Industria ricordando Sergio Marchionne, delinea la strategia industriale del gruppo per l’Italia, con un impianto che punta a rafforzare la produzione nazionale, riorganizzare i siti e rilanciare i marchi italiani in una logica di filiera europea. “Confermiamo il Piano Italia e andremo oltre. Faremo in Italia investimenti sempre più forti” afferma il manager. Filosa ribadisce che l’Italia resterà un pilastro produttivo del gruppo, con una specializzazione degli stabilimenti: le auto piccole concentrate a Mirafiori e Pomigliano, i modelli di fascia medio-alta e lusso a Melfi, Cassino e Modena, e i veicoli commerciali ad Atessa. Un assetto che punta a razionalizzare la produzione, ma anche a valorizzare le competenze industriali presenti nel Paese. Sul fronte dei marchi, il manager conferma il ruolo centrale di Fiat come brand globale per volumi, il rilancio di Lancia in sinergia con lo stesso marchio, il rafforzamento di Alfa Romeo su segmenti medio-alti e il piano per Maserati, per cui è atteso un progetto industriale entro fine anno a Modena, con due nuovi modelli nel segmento delle ammiraglie. Confermata a Termoli la produzione di cambi e motori per compensare la fine del progetto gigafactory per le batterie. Filosa ricorda anche sono in definizione le partnership per Cassino e Modena, oltre a Pomigliano per lo sviluppo delle e-car. Diversi i pareri dei sindacati. Fim e Uilm mettono in evidenza il tentativo di rilancio industriale più strutturato e coerente rispetto al recente passato, anche se chiedono risposte concrete su tutti gli stabilimenti e sulle partnership. Per la Fiom, invece, l’audizione non ha portato novità sostanziali: “si tratta quindi della conferma di una situazione ancora molto critica”, soprattutto per Cassino, Termoli e Modena, dove mancherebbe ancora un progetto industriale definito. Dal mondo industriale il presidente di Confindustria Emanuele Orsini definisce “di grande coraggio” le parole di Filosa sul costo dell’energia, indicando questo tema come una delle priorità decisive per la competitività del Paese. Sul fronte politico, il presidente della commissione Attività produttive della Camera Alberto Luigi Gusmeroli parla di “prime azioni positive di svolta”, evidenziando le direttrici su innovazione, Made in Europe e nuovi modelli per il mercato accessibile. Anche la senatrice Silvia Fregolent riconosce un “cambio di passo importante”, ma avverte che senza interventi strutturali sulla competitività del Paese il piano industriale non basta. Più netta la posizione del leader M5S Giuseppe Conte, che chiede garanzie su investimenti e occupazione, anche per l’indotto. Azione, con Carlo Calenda, pur apprezzando il nuovo approccio, esprime forti dubbi sulla gamma dei modelli e sulla capacità industriale del gruppo: “Il problema è che non sanno più fare le macchine”.

TUA4FLY: il nuovo collegamento diretto che unisce aeroporto, città e trasporti in Abruzzo

Fonte www.telenord.it 01.06.2026 Dal 1° giugno entra ufficialmente in funzione TUA4FLY, il nuovo sistema di trasporto diretto pensato da TUA Abruzzo per migliorare i collegamenti tra l’Aeroporto d’Abruzzo e i principali punti strategici della mobilità locale, come il centro di Pescara, la stazione ferroviaria centrale, il terminal bus e la filovia “La Verde”. Il progetto nasce dall’evoluzione dell’esperienza AirLink e si basa su una programmazione studiata in funzione degli orari reali dei voli, così da garantire un servizio più efficiente e aderente alle esigenze dei passeggeri. Non si tratta di una semplice navetta, ma di un sistema di trasporto integrato che si adatta quotidianamente all’operativo aeroportuale. Le corse sono organizzate lungo tutta la settimana e sincronizzate con il traffico aereo: in arrivo, i mezzi partono indicativamente entro mezz’ora dall’atterraggio dei voli, mentre in partenza da Pescara i collegamenti sono pensati per consentire ai viaggiatori di arrivare in aeroporto con largo anticipo rispetto al decollo. Il servizio collega in modo stabile aeroporto, città e infrastrutture di trasporto, creando un nodo unico con treni, autobus urbani ed extraurbani e la rete filoviaria. In questo modo si rafforza l’integrazione tra mobilità regionale e nazionale, rendendo più semplice gli spostamenti da e verso lo scalo. Il biglietto ha una durata di 90 minuti ed è valido anche sulle linee urbane. Può essere acquistato direttamente a bordo con carta contactless, tramite l’app TUA GO nella sezione dedicata, oppure attraverso i canali Trenitalia in combinazione con il viaggio in treno. TUA4FLY è anche un progetto che valorizza il territorio: i bus dedicati operano senza fermate intermedie, garantendo un collegamento rapido e diretto, e presentano una grafica ispirata ad alcuni luoghi simbolo dell’Abruzzo, come la costa adriatica, Rocca Calascio e Civitella del Tronto. Con questa nuova attivazione, l’Aeroporto d’Abruzzo diventa sempre più parte integrante della rete di trasporto pubblico regionale, trasformandosi da infrastruttura isolata a nodo intermodale connesso e funzionale, pensato per una mobilità più moderna, sostenibile e coordinata.